Dal 26° piano del suo ufficio, Franco Livini, rappresentante di Telecom Italia a Buenos Aires, domina tutta la città. Davanti al vecchio Puerto Madero, a un centinaio di metri in linea d'aria, il palazzo di Telecom Argentina, facilmente riconoscibile per il marchio a mezza luna sdraiata che svetta in cima. Ancora non si capacita che un intrigo di questo genere sia stato messo in piedi nel Paese dove vive da quando aveva nove anni, il Paese adottivo di questo ingegnere ottantenne, stimato e benvoluto non solo dalla vasta comunità italiana che l'ha ricoperto di cariche. Livini è anche presidente dell'ospedale italiano, rappresentante di Pirelli, presidente di Sofora e di Nortel. Già, le holding che controllano a catena Telecom Argentina e dove, da ormai un anno, volano gli stracci.
Non tanto in azienda, dove il numero uno operativo, Marco Patuano, ha chiesto e ottenuto di essere lasciato fuori dalle beghe dell'azionariato. Due anni sono passati in fretta e quando, ad agosto, rientrerà in Italia per assumere la responsabilità della direzione finanza di Telecom, Patuano (44 anni) lascerà una società che, secondo le proiezioni, si avvia a chiudere l'esercizio con ricavi in crescita del 20%, risultato operativo in aumento del 30%, utile netto in salita del 30-40%, un debito pressoché azzerato (meno di 700 milioni di dollari nel 2007) e una marginalità vicina al 40 per cento.
Ma nell'azionariato, da quando la famiglia Werthein è scesa sul piede di guerra, è un continuo via vai di avvocati. Certo è che Telecom Italia si è trovata impigliata in una telenovela dalla trama alquanto intricata. Tra pochi mesi le scade la call che le consentirebbe di salire al controllo assoluto di Telecom Argentina e di ampliare così al 30% la componente estera del suo business. Ma la famiglia Werthein, che al momento è socio paritetico, sta facendo di tutto per evitare di onorare quella promessa, diventata nel frattempo un incubo. L'incubo di dover uscire dalla ribalta, in punta di piedi e per un compenso da semplice comparsa.
Non ci sono abituati i Werthein, una ricchezza costruita sull'allevamento del bestiame, che con la finanza si è guadagnata un posto di prim'ordine nell'establishment argentino. Dieci anni fa l'incontro con Generali: i Werthein consegnano le chiavi del loro feudo finanziario, la Caja (dove fino al 2001 lo Stato conserverà una quota), alla compagnia triestina, che grazie a questa mossa diventa market leader nel più "europeo" dei Paesi dell'America Latina. Ma i Werthein mantengono la gestione, gli affari vanno a gonfie vele, i rapporti con gli italiani sono ottimi (tanto che lo scorso anno la Caja rileva le attività assicurative di Bnl in Argentina), e Trieste è soddisfatta.
Così nel 2003, quando Telecom si trova a divorziare da France Télécom in Telecom Argentina, per il gruppo allora guidato da Marco Tronchetti Provera diventa naturale chiedere alla famiglia di subentrare ai francesi. Una scommessa densa di incognite: l'operatore di Buenos Aires è in rosso ed è gravato da un debito di quasi 4 miliardi di dollari in un Paese messo in ginocchio dal default sovrano. Ma una scommessa che Telecom conta di vincere, al punto di finanziare il partner in cambio di una call. Quella stessa call, da esercitare nei primi quindici giorni del 2009, che oggi è oggetto di una contesa senza risparmi di colpi.
Il 57% di Telecom Argentina è conservato in Nortel, scatola a sua volta controllata al 66% dalla holding Sofora, che inizialmente faceva capo pariteticamente a Telecom Italia e France Télécom. A fine 2003 i francesi cedono il 48% di Sofora ai Werthein per 125 milioni di dollari, ma si tengono il restante 2% concedendo tuttavia un'opzione d'acquisto alla famiglia argentina. Telecom aiuta i nuovi partner con 60 milioni di dollari che servono ad assicurarsi la call sul 48% di Sofora e anche sul residuo 2%, garantendo ai Werthein una via d'uscita da almeno 100 milioni di dollari.
La scommessa si rivela vincente. Telecom Argentina – concessionaria nel fisso e operatore mobile con Personal (numero due anche nel vicino Paraguay) – esce dalle secche del default, ristruttura il debito, e cresce fino a ritagliarsi un posto alla pari con i suoi competitor locali, che poi tanto locali non sono. Sono infatti gli stessi colossi che dominano i mercati del Sud America e con i quali Telecom Italia già si confronta in Brasile: Telefonica, che ha il controllo esclusivo di Telefonica de Argentina (fisso, mobile col marchio Movistar, e una tv via cavo), e Carlos Slim, che qui si muove con Claro (telefonia cellulare), ma che, secondo le voci, avrebbe più volte messo gli occhi sul concorrente partecipato dagli italiani.
Nel frattempo, nel luglio 2007, Tronchetti passa il testimone a Telco, che vede in Telefonica e Generali i due maggiori azionisti. Per i Werthein l'occasione di forzare la mano. Vorrebbero cancellare la call, ma il numero uno operativo di Telecom Italia, il vice-presidente esecutivo Carlo Buora con il quale hanno sempre dialogato, non sa neppure se sarà confermato e non può dare assicurazioni di sorta. Quanto a Generali, che è esposta sul doppio fronte, si guarda bene dall'intervenire.
Inizia il conto alla rovescia, ma i Werthein decidono di vendere cara la pelle, anche perché il titolo Telecom Argentina ha preso il volo in Borsa e, a pochi mesi dalla scadenza, il 48% di Sofora vale il doppio dell'opzione in mano a Telecom Italia. Non si tratta di bruscolini: ai prezzi di mercato, senza nemmeno considerare premi di maggioranza, si parla di 600 milioni di dollari, mentre la call al massimo può arrivare a 370-400 milioni. Sul 48% conteso, il 30% ha infatti un prezzo fissato in 99 milioni di dollari, mentre il 18%, che oscilla tra 220 e 270 milioni, è a fair market value. Si può discutere su cosa si intenda per "fair", ma certo non si arriverà mai a raddoppiare il prezzo della partecipazione. Sarebbe sempre un bel prendere, perché con la call, in meno di cinque anni, l'investimento dei Werthein si è moltiplicato per sei.
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