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Ma ai Werthein evidentemente non basta e Gerardo, una laurea in veterinaria e nella fattispecie vice-presidente di Telecom Argentina, dà il segnale d'avvio alle ostilità ponendo al board la questione Telefonica. Gli spagnoli hanno solo una partecipazione indiretta dell'1,8% nel concorrente di Buenos Aires, ma per i Werthein c'è fumus di inciucio. Tanto dicono e tanto fanno che in autunno l'Antitrust e l'Authority delle tlc spediscono nel gruppo ben due osservatori. Una missione che si protrae per quattro mesi e che termina senza alcun rapporto pubblico. Ma una versione pirata, comparsa su un sito internet, attribuisce ai due inviati governativi (le Authority in Argentina dipendono direttamente dall'Esecutivo) una valutazione sibillina: non si può escludere che Telefonica eserciti qualche influenza su Telecom Argentina, ma neppure si può escludere il contrario.
Nel frattempo, e siamo arrivati all'inizio di quest'anno, i Werthein esercitano la call ottenuta a suo tempo da France Télécom che li porterebbe alla pari con Telecom Italia in Sofora. Da Roma però arriva l'altolà: la famiglia argentina non può iscrivere a libro soci l'ulteriore quota, dal momento che il cambiamento nella catena di controllo deve essere autorizzato dalla Secom, l'Authority delle tlc.
I Werthein non ci stanno e intentano una causa contro Telecom Italia. Così anche il Tribunale invia a sua volta un osservatore in azienda. Ne esce con un'informativa di 360 pagine per spiegare che non c'è evidenza di interferenze da parte di Telefonica, ma per il futuro non si può escludere né una cosa né il suo contrario. Insomma, un altro passaggio a vuoto.
Business as usual, ma le continue imboscate accendono il nervosismo ai piani alti. E Carlos Felice, il presidente di nomina italiana, artefice della riuscita ristrutturazione del debito di Telecom Argentina, lascia l'incarico in polemica con i sanguigni connazionali che lo hanno denunciato penalmente. La risposta non si fa attendere. Alla successiva assemblea di bilancio, Telecom Italia "non approva" l'operato del vice-presidente Gerardo (che resta comunque tranquillamente al suo posto). In Argentina funziona così: i consiglieri vengono sottoposti ai voti degli azionisti, non solo ex ante per essere eletti, ma anche ex-post per valutarne il gradimento. E Telecom non gradisce la situazione da separati in casa che si è venuta a creare.
Ma che cosa vogliono i Werthein: restare o vendere al meglio? Difficile dirlo, perché di interviste non ne rilasciano. Per loro parlano gli avvocati che, a quanto pare, non avrebbero ancora esaurito le cartucce. Entrambi i contendenti hanno però sede legale nella vecchia Europa, e dunque, nel caso, sarà un arbitrato a Parigi a dirimere la contesa sulla call. Salvo che la questione venga risolta d'ufficio dalla Secom, che proprio in questi giorni ha intimato a Telecom Italia di non salire nel capitale di Telecom Argentina senza suo il preventivo benestare, come del resto prevede la legge.
Del resto i margini per un accordo consensuale sono ormai ridotti all'osso. Il rischio è che tra i due litiganti il terzo goda, che dal cilindro spunti un nuovo socio più gradito al Governo, sulla falsariga di quanto avvenuto nel gruppo petrolifero Ypf, dove gli spagnoli di Repsol, che detenevano il controllo assoluto, hanno dovuto fare spazio agli Eskenazi, "fedelissimi" degli inquilini della Casa Rosada, i coniugi Kirchner.
Ma Telecom Italia, che non vuole la guerra, preferisce affidarsi alle arti della diplomazia. Così qualche settimana fa il suo ambasciatore, il presidente Gabriele Galateri, nell'ufficio al 26° piano di Avenida Madero ha sorpreso gli astanti, spiegando alla stampa che, se vogliono restare, i Werthein sono bene accetti, ma che comunque Telecom Italia non rinuncerà a un partner locale.
Qualche mese fa sembrava che il gruppo Clarin, gigante dei media argentini, stesse scaldandosi a bordo campo. Dopo essersi annessa sotto elezioni, con l'implicito appoggio di Nestor, la tv Cable Vision, presente in quasi due terzi delle famiglie argentine, Clarin avrebbe voluto forse sostituirsi ai Werthein. Ma, a stoppare il supposto pretendente, è intervenuto a gamba tesa Luis D'Elia, soprannominato "la voce del Governo" per la sua vicinanza a Nestor, marito della presidentessa Cristina: «Che vuole Clarin, dopo i media, adesso pure Telecom?». Non se ne è fatto più nulla e il feeling con la Casa Rosada, finita nel mirino dei media del gruppo, si è interrotto.
La telenovela però non è finita qui: c'è da scommettere che le prossime puntate riserveranno ancora qualche colpo di scena.