
A poco più di due mesi soltanto dalla sua installazione, varata la manovra finanziaria e dopo un ragionevole lasso di tempo per riflettere, il Governo ha approvato nel Consiglio dei ministri di venerdì il decreto sulle liberalizzazioni.
Il provvedimento, va sottolineato, presenta diversi aspetti positivi. In primo luogo, interviene contemporaneamente su un vasto numero di attività alcune delle quali non erano inizialmente contemplate, come la separazione proprietaria tra Eni e rete di distribuzione del gas, incidendo quindi anche sul funzionamento di grandi aziende pubbliche che hanno un peso rilevante sull'economia.
Ci sono interventi a favore della creazione di imprese da parte di chi di norma ha tante idee ma pochi capitali, quali la semplificazione nella creazione di una società da parte di giovani imprenditori e la facilitazione nell'ottenere una licenza per una farmacia. Si prevede l'abolizione delle tariffe minime per gli ordini, l'espansione del numero di notai, farmacie e licenze di taxi (attraverso la creazione di un'Autorità dei trasporti), la creazione di alcuni strumenti per la prevenzione delle frodi ponendo il presupposto per una riduzione dei premi assicurativi (un ostacolo importante su cui finora non si era paradossalmente riusciti a compiere passi in avanti). Si interviene sui servizi pubblici locali nonché sui trasporti ferroviari, eliminando l'obbligo per chi vi opera di aderire ai contratti collettivi nazionali – di fatto quello applicato dalle Fs – e quindi rimuovendo una barriera all'entrata per un potenziale competitor.
Si istituisce il tribunale delle imprese per rispondere all'esigenza di una amministrazione della giustizia più celere ed efficiente in campo economico. In secondo luogo, i provvedimenti sono tagliati riconoscendo le specificità dei settori e migliorando la qualità della regolamentazione anziché smantellare alla cieca, facendo trasparire un progetto organico di riordino dell'infrastruttura che regola il funzionamento di alcuni mercati per accrescerne l'efficienza. Il cambio di passo rispetto agli annunci tanto roboanti quanto vuoti di riforme costituzionali per affermare la libertà di impresa (lasciando inalterato l'apparto regolamentare sottostante) è evidente.
Riconosciuti i meriti, va anche detto che vi è notevole spazio per miglioramenti sia sul margine "intensivo" - quello riguardante la profondità dei provvedimenti adottati - sia su quello "estensivo" - relativo all'ampliamento dei provvedimenti di liberalizzazione ad altri campi e settori. Sul primo, uno dei principi che rimane in piedi, seppur "allargato", è quello delle piante organiche. Si aumenta il numero di farmacie e di notai, ma rimane l'idea di un tetto massimo di operatori previsto per legge. Si allarga l'offerta per decreto ma non si elimina il principio che la restringe: la pianta organica, il numero prefissato di operatori. Finché permane quel principio il problema dei limiti alla concorrenza rimarrà aperto. È molto meglio stabilire i requisiti di qualificazione, anche duri e selettivi per ottenere l'abilitazione ad esercitare (come ad esempio per i notai), ma rimuovere i limiti numerici di licenze o posti e lasciare all'apprezzamento individuale se vale la pena di entrare in quel mercato e dove localizzarsi.
Questo residuo approccio dirigista emerge anche nella relazione, in frasi come «per evitare un numero eccessivo di farmacie nei piccoli centri, però…». lo Stato non ha nessun vantaggio comparato nello stabilire quante farmacie possono operare in una comune di x abitanti. La domanda di farmaci dipende da molti fattori, dalla struttura per età dei residenti al loro reddito. La libertà di entrata è l'unica garanzia di un'offerta adeguata.
Se esistono problemi di copertura del territorio, possono essere affronti direttamente; ma la letteratura economica suggerisce che questo è un falso problema. Concedere invece un aumento programmato degli ingressi senza eliminare il contingentamento semplicemente ingrossa le fila di quelli che si opporranno alla successiva liberalizzazione o ampliamento dell'offerta, rendendo ancor più difficile la vita al governo che verrà.
Agli inizi degli anni '90 abbiamo eliminato la pianta organica in un settore, quello bancario, dove i limiti alla concorrenza potrebbero trovare una giustificazione perché rendono (forse) le banche più solide così prevenendo l'emergere delle crisi. Non c'è nessun rischio del genere nei settori menzionati. In questi settori la pianta è organica solo alla difesa degli interessi degli insiders.
Derogare al principio di libero accesso ha anche altri inconvenienti. Il principale è che diventa facile introdurre altre forme di barriere all'ingresso da parte di altre amministrazioni. Questo è particolarmente vero per le amministrazioni locali, tipicamente più "catturabili" dagli interessi delle categorie e quindi pronte a "disfare" i provvedimenti di liberalizzazione del Governo. È successo per il provvedimento di liberalizzazione degli orari di apertura dei negozi di dicembre. Succederebbe se si affidasse solo ai sindaci la decisione sulle licenze dei taxi.
Il Governo, ben consapevole di questo rischio, nel caso dei taxi affida alla costituenda Autorità di regolazione dei trasporti il compito di determinare l'aumento delle licenze, nella speranza che sia meno vulnerabile alle pressioni della categoria.
Più in generale, l'articolo 4 del decreto prevede un monitoraggio della normativa regionale e locale «per individuare le disposizioni contrastanti con la tutela o la promozione della concorrenza». L'esperienza insegna che questi accorgimenti sono insufficienti nel contrastare l'incessante pressione delle lobbies. Basta un cambio di maggioranza politica per rimettere tutto in discussione. Il libero accesso eliminerebbe il problema alla radice e in modo permanente.
Sul secondo margine – quello estensivo – le possibilità di azione sono ancora maggiori e non potrebbe essere diversamente poiché i lacci e laccioli che stringono l'economia italiana, talvolta annodandosi tra di loro, sono tanti, dal persistere del monopolio Alitalia sulla tratta Roma Milano per concessione statale al valore legale del titolo di studio che scoraggia la competizione tra università (mentre con il sistema di valutazione la si vorrebbe promuovere).
Questo decreto inevitabilmente ne scioglie solo alcuni, ancorché importanti. Varato questo provvedimento, possibilmente migliorato nella direzione di cui sopra e si spera non deturpato nel passaggio parlamentare, ci aspettiamo che il governo allarghi l'orizzonte dell'intervento iniettando semi di concorrenza li dove è più necessario. Da dove continuare in Italia non c'è che l'imbarazzo della scelta.
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